Rievocare il termine “corsaro” appare, nel XXI secolo, anacronistico. Eppure, il mondo a noi contemporaneo riconosce al termine una sua accezione moderna e svincolata, in parte, dal suo significato originario.

La guerra di corsa ha rappresentato, storicamente, una risorsa preziosa per quei sovrani che volessero danneggiare il commercio nemico per via indiretta, non servendosi della propria Marina, ma di privati cittadini. Il corsaro, a differenza del pirata suo predecessore, agiva sotto l’egida di una “lettera di corsa” detta anche “patente di corsa” o “lettera di marca”, con la quale era autorizzato a combattere una sorta di guerra parallela a quella combattuta dal proprio sovrano, che gli permetteva di depredare il naviglio nemico in maniera “legale”[1].

L’impiego di privati cittadini per la salvaguardia degli interessi nazionali è quanto avviene oggi in diverse parti del mondo. Tra queste vi è la Repubblica Popolare Cinese di Xi Jinping, desideroso di ripristinare il ruolo centrale dell’ex Impero Celeste sullo scacchiere internazionale, interrotto per circa duecento anni dall’ascesa e dal predominio dell’Occidente. Partendo dalle motivazioni e dagli obiettivi geopolitici di Xi Jinping nel Mar Cinese Meridionale e Orientale, si approfondirà la strategia assertiva cinese sino alla Nine Dash Line, attraverso l’impiego di little blue man, per spostarsi, infine, sul Vecchio Continente, al fine di tracciare i possibili scenari futuri nel canale della Manica e nel Mar Egeo Meridionale.

[1] L. Marini, Pirateria marittima e diritto internazionale, Torino, 2016, p. 25.

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