Nel mondo è in corso una vera e propria competizione silenziosa, volta a ottenere l’egemonia sui cavi sottomarini, destinati alle telecomunicazioni e al trasporto intercontinentale di informazioni tra gli Stati. Queste infrastrutture consentono non soltanto la semplice connettività tra i Paesi, ma anche lo sviluppo e l’esistenza stessa della globalizzazione.

Per questa ragione, l’attenzione sull’argomento agita la politica estera e impone una revisione delle priorità, sul piano economico e militare. È ormai noto, infatti, che le grandi potenze come Russia, Cina e Stati Uniti, si stanno adoperando per approntare nuovi sistemi di protezione e attacco delle infrastrutture in questione.

È importante però non sottovalutare un profilo: il loro ruolo strategico li espone a rischi di vario tipo, pertanto sul piano del “warfare”, i cavi vanno considerati un bersaglio ad alto potenziale di rischio.

La sicurezza del cablaggio sottomarino dev’essere una priorità di ogni Stato sovrano, per prevenire spiacevoli conseguenze di un qualsivoglia scenario bellico. L’Unione Europea sembra aver recepito finanche a livello legislativo l’importanza della tutela dei cavi, trattando del tema nel recovery fund e nella direttiva NIS, che si propone di realizzare un ravvicinamento di disciplina dei Paesi Ue, in punto di protezione delle reti e dei sistemi informativi all’interno dell’Unione.

L’Italia, dal canto suo, in ottemperanza alla direttiva comunitaria NIS ne ha recepito il contenuto a mezzo decreto legislativo (d.lgs 18 Maggio 2018), prediligendo un approccio alla sicurezza informatica, principalmente legato ad analisi dei rischi, sistemi di prevenzione e programmi di formazione. I cavi sottomarini, però, nell’ambito della legislazione italiana sono ancora sguarniti di un’apposita tutela esplicita ad hoc, sebbene le vicende geopolitiche più recenti stiano facendo luce sull’esigenza di un intervento legislativo apposito.

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