Nelle ultime settimane il Myanmar è stato interessato da un’ondata di proteste. Dal giorno dopo il golpe, avvenuto tra il 31 gennaio e il 1° febbraio, migliaia di cittadini stanno manifestando contro il governo militare, con quest’ultimi che attuano una forte repressione. Oltre alle manifestazioni le strutture governative hanno subito diversi attacchi informatici: un gruppo denominato “Myanmar Hackers”, ad esempio, ha effettuato numerosi attacchi cyber nei confronti di siti legati al governo, alla Banca Centrale del Paese e all’emittente statale birmana Mrtv. Nonostante la giunta militare (Tatmadaw) abbia dichiarato che lo stato di emergenza avrà una durata di 1 anno, con l’obiettivo di arrivare a nuove elezioni per l’anno successivo, la situazione resta incerta. Molti osservatori hanno evidenziato come la presa politica delle forze armate birmane sulla popolazione non sia solida come in passato.

Il golpe è stato legittimato dalle Forze Armate sulla base legale della Costituzione del 2008, con il fine di garantire l’ordine costituzionale, messo in pericolo da presunte frodi elettorali, denunciate dallo stesso Tatmadaw. I militari avevano richiesto alla Commissione Elettorale di annullare le elezioni e bloccare l’insediamento del nuovo Parlamento, che sarebbe avvenuto il 1° Febbraio, richiesta negata dalla stessa Commissione. Appoggiandosi alla carta costituzionale del 2008, scritta dai militari stessi, con il pretesto di garantire la sicurezza dello Stato, hanno effettuato il golpe militare, arrestando alcuni esponenti del partito di maggioranza, compresa la leader Aung San Suu Kyi. Oltretutto, la Costituzione dà diritto alle Forze Armate di detenere il controllo del 25% dei seggi del Parlamento e tre ministeri: Difesa, Affari Interni e Controllo delle frontiere.

Tra i temi di cui il Tatmadaw dovrà occuparsi urgentemente si evidenzia quello economico, che peserà molto anche sui rapporti internazionali del Paese del Sud-est Asiatico.

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