In questi giorni si sta sviluppando un dibattito sui media nazionali in merito alle diverse strategie di gestione della crisi COVID-19 poste in essere dai vari Stati. La strategia di contrasto, come vedremo, è il frutto delle caratteristiche politiche, economiche e culturali degli Stati e della loro visione filosofica verso i temi della vita e del futuro. Le strategie di contrasto del Covid-19, che si stanno delineando, producono e produrranno delle conseguenze irreversibili sul Sistema Paese in cui si applicano, nonché interverranno energicamente sulla conduzione della vita sociale nel prossimo futuro. Tuttavia, prima di entrare nel merito delle conseguenze derivanti, occorre fare alcune premesse.

La situazione in corso è verosimilmente paragonabile ad un “conflitto asimmetrico” e l’analisi etimologica della parola asimmetria (dal greco a-syn-metron) indica non una semplice disuguaglianza, ma una vera e propria incomparabilità delle forze in campo in questa fase conflittuale. In questo studio non ci si vuole limitare ad un’inutile retorica sulle definizioni di asimmetria, ma si vuole fare riferimento allo scenario teorizzato in “Guerra senza limiti”, scritto dei colonnelli Qiao Liang e Wang Xiangsui. Siamo infatti in una fase di crisi che coinvolge ogni singolo segmento dello Stato, dalla vita civile e sociale alla componente finanziaria, che determinerà significativamente lo stile di vita futuro delle popolazioni coinvolte. Il virus infatti oltre ad accelerare il processo già conflittuale della definizione della governance mondiale tra i principali poli, Oriente ed Occidente, sta duramente mettendo in discussione la filosofia ed il pensiero occidentale soprattutto nel suo intimo rapporto con il prossimo, come socializzare con le persone, nel rapporto tra l’Io ed il Se, e tra l’Io e la morte.

La semplice analisi giornalistiche che i “salotti nazionali” stanno producendo sulle strategie di contenimento, con modelli denominati di “serie A” – che si occupano solo del contrasto al virus – e di “serie B” – che tengono conto delle misure economiche – sembrano non ragionare con lo strumento delle scienze strategiche che potrebbe fornire una visione completa della crisi. Le scienze strategiche suggeriscono al gestore di un conflitto, qualsiasi decision maker esso sia, di analizzare e condurre le operazioni in un’ottica dicotomica di strategie e tattica e quindi con una visione temporale che possa guardare al qui ed ora ed al futuro, nonché con un approccio di ciclo di DEMING (Plan–Do–Check–Act), ossia analizzare le decisioni prese nel passato per evitare di commettere lo stesso errore tattico o strategico nel futuro. In questa delicata fase, una qualsiasi conduzione e/o interpretazione della crisi fuori da questa visione metodologica porta ad una visione parziale ed errata dello scenario asimmetrico e ad una perdita del conflitto.

Chiariamo subito che, se da un lato la conduzione di questa guerra impone di adottare soluzioni tattiche per il contrasto epidemico – rafforzare il sistema sanitario, limitare la mobilità sul suolo nazionale, implementare l’approvvigionamento di materiale medico – non si può trascurare la componente strategica ossia la sopravvivenza sul lungo periodo dello Stato e della società civile. Il tema centrale quindi non ruota intorno a scegliere l’adozione della tattica, modelli di “serie A”, o la strategia, modelli di serie B, ma di delineare un piano che tenga conto delle due componenti affinché si realizzi un obiettivo finale: la sopravvivenza dello Stato e delle sue genti. Ci deve essere quindi una parte del sistema che si occuperà del contrasto alla minaccia nel presente ed una parte del sistema che impiegherà le sue energie per contrastare i rischi connessi nel breve periodo e nello sviluppare l’idea di mondo che deriva dalla crisi nel futuro.

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