Un nuovo approccio italiano alla Libia è possibile?

di Gaetano Mauro Potenza

Dopo l’incontro ufficiale tra il capo della Farnesina Enzo Moavero Milanesi ed il Gen. Khalifa Belqasim Haftar a Tobruk sono circolate svariate notizie, da verificare viste le recenti operazioni di infowar nel Paese, inerenti la richiesta di sostituzione dell’ambasciatore Giuseppe Perrone avanzata da Haftar al fine di un progressivo avvicinamento all’Italia. Notizia smentita in seguito da molte testate giornalistiche nazionali. Ancora una volta lo scenario libico si presenta pregnante di rischi asimmetrici e coinvolto nella più classica guerra per procura

per il controllo dei flussi commerciali lungo il mediterraneo tra le cancellerie europee.

L’apertura di Roma verso l’uomo forte della Libia, pochi giorni dopo gli scontri di Tripoli, potrebbe aver indebolito il peso politico italiano non solo sul tavolo dei negoziati di pace, ma anche e soprattutto nei confronti delle cancellerie europee (leggi Francia) impegnate nello stesso dossier. Inoltre gli scontri perpetuati a Tripoli avrebbero ridotto il potere del governo Serraj, stretto nella morsa delle milizie di Misurata e Zintan corse in suo aiuto. Anche i francesi tuttavia ne escono ridimensionati a causa della chiara impossibilità di avviare un processo elettorale democratico con queste premesse. L’ONU infatti auspica le elezioni libiche non prima del 2019.

L’isolamento della Francia tuttavia dovrebbe essere il primo obiettivo della politica estera italiana. Roma dovrebbe sfruttare il denominatore comune dei principali players internazionali impegnati nel dossier: la stabilità della Libia per una ricostruzione immediata del paese. Il dialogo con l’Egitto dovrebbe essere ripreso soprattutto dopo il riavvicinamento dei due Paesi a seguito della crisi Regeni. Gli esponenti politici italiani negli ultimi mesi hanno riaperto un dialogo con il Paese rafforzato dal ruolo centrale di Eni che si è posta, grazie alle ultime scoperte di idrocarburi, come principale interlocutore per l’indipendenza energetica egiziana. L’Egitto condivide con Roma l’obiettivo della stabilizzazione della Libia soprattutto per il timore della permeabilità dei confini libici che potrebbero provocare un rafforzamento logistico di cellule terroristiche egiziane. Il Cairo sa benissimo che senza un coinvolgimento di Roma, Haftar ed i francesi da soli non riusciranno nell’impresa. Dal dialogo con l’Egitto passa inevitabilmente un maggior dialogo con Mosca. L’Italia, fermo il mandato conferito dalla Casa Bianca al premier Conte per la trattazione del dossier libico, dovrebbe iniziare a condurre un dialogo duraturo con Mosca come possibile intermediario per i tavoli di trattative con Haftar e con l’Egitto. Gli Stati Uniti nel gioco libico si sono limitati alla lotta al terrorismo come testimoniato dalle recenti operazioni di eliminazione di figure chiavi della galassia qaedista perpetuate in territorio libico tramite AFRICOM. Mosca durante i combattimenti sembra aver sostenuto ancora una volta la parte di Haftar, fino ad un possibile coinvolgimento indiretto negli scontri di Tripoli. Qualche testata libica riportava la notizia di un sequestro, da parte delle autorità tunisine, di una nave “russa” carica di aiuti alle milizie libiche. Tuttavia per sostenere Haftar la Russia non ha nessun interesse nel rafforzare la presenza francese nell’area, antagonista oltretutto del Cremlino sia in Europa che nel mediterraneo. L’interesse di Mosca ancora una volta sembra essere una politica di lungo termine che possa consentirgli di dialogare con un interlocutore stabile per la ricostruzione del Paese.

Seppur nei tempi sbagliati, l’apertura in Cirenaica rappresenta una conversione dell’immagine italiana da ex potenza coloniale, con gli storici interessi in Tripolitania, a potenza “super-partes” che coinvolge tutti gli interlocutori libici. Concetto compreso molto bene dall’ex ministro Minniti che aveva portato all’apertura di un ufficio consolare italiano in Cirenaica.

La sola area tripolitana non è sufficientemente stabile per garantire un riassesto delle istituzioni nazionali che dovrebbero posare su un governo tripolino che ufficialmente non ha un sostegno parlamentare.

Nel 2014, l’operazione Alba Libica riusciva ad entrare a Tripoli ed a scacciare le milizie rivali nella regione. La composizione di Alba Libica si può descrivere attraverso tre prospettive:

  • dal punto di vista tribale era formata dalle tribù provenienti da Misurata, Tripoli, Sabrata e Zuwara;
  • politicamente i combattenti di Alba Libica erano prevalentemente membri della fratellanza musulmana tra cui un consistente numero di islamisti;
  • per quanto riguarda la sua composizione, infine, il grosso delle truppe era formato da dissidenti e da criminali comuni.

Le milizie di Tripoli e Misurata a seguito della vittoria erano riuscite a spartirsi i posti di rilievo della capitale mentre Sabrata e Zuwara restavano fuori dalla politica ufficiale riuscendo a ritagliarsi il controllo dei traffici illeciti e la fornitura di uomini per la protezione delle infrastrutture dell’oil&gas.

Nel 2016, Serraj istituzionalizza principalmente la Milizia di Tripoli donandogli la veste di esercito regolare. Misurata è allora costretta a richiamare il proprio contingente che controllava alcuni quartieri di Tripoli a seguito dell’intensificarsi degli scontri per la liberazione di Sirte dallo Stato Islamico. Le restanti milizie di Alba Libica, lasciate fuori dai giochi, erano ancora fedeli all’ex premier Khalifa Ghwell e furono costrette ad abbandonare la zona. Il controllo del territorio di Tripoli si trova invece diviso principalmente da una triangolazione di milizie tripoline formato della Brigata rivoluzionaria di Tripoli, dalla Brigata Ghnewa e da Abdul Raouf Kara, islamista al comando delle forze speciali RADA.

L’Italia e le Nazioni Unite hanno sovvenzionato negli ultimi anni tali forze allo scopo di istituzionalizzare le attività che avevano posto in essere e di regolarizzare i traffici crescenti nel Paese come quello dell’immigrazione. Sarebbe stato proprio un accordo tra il governo Serraj, quello italiano e Al Ammu, un gruppo armato che faceva parte della scomparsa alleanza Alba Libica, per la fornitura di soldi e armi, ed il riconoscimento di un ruolo ufficiale in cambio di una riduzione delle sue attività a Sabrata che avrebbe acceso i toni dei rivali di Tripoli e delle ex milizie di Alba Libica. A metà agosto, infatti, la Settima brigata di Tarhuna fedele all’ex regime di Gheddafi e vicina ad Haftar è entrata a Tripoli per liberare la capitale dalle milizie corrotte.  Serraj costretto a decretare lo stato di emergenza, invece di consolidare l’alleanza con le ex forze di Alba Libica decide di chiamare in soccorso il Capo di Misurata Muhammed al Haddad ed il Capo di Zintan Osama al Juwaili. Le principali ripercussioni di una simile mossa ricadranno su fronte interno al governo Serraj provocando un indebolimento della triangolazione delle forze di Tripoli, ed il conseguente consolidamento delle brigate di Misurata, e soprattutto di Zintan che potrebbe segnare un possibile inizio di ingerenza ufficiale di Haftar nella capitale.

Roma in questi mesi si è limitata ad istituzionalizzare e consolidare le milizie sul territorio in Tripolitania a favore di Serraj senza considerare una strategia di più ampio respiro nel Paese.  Tale attività doveva essere accompagnata da almeno tre magro obiettivi strategici:

– l’avvio di una diplomazia sotterranea nei confronti della Cirenaica per rinvigorire l’immagine italiana da ex colonia a potenza super-partes;

– dalla creazione di una strategia di infowar che possa schermare le operazioni diplomatiche italiane da attacchi esterni come accaduto con Africa Intelligence, e come sta riaccadendo in questi giorni nei confronti dell’ambasciatore Perrone;

– un appoggio operativo militare maggiore al governo Serraj sia in termini di advisor militari al fine di evitare errori come il richiamo a Tripoli di Milizie non del tutto amiche, sia in termini di operazioni delle nostre forze speciali a sostegno dell’intelligence italiana in loco.

L’Italia deve assolutamente insistere nel dossier libico non solo per la supremazia strategica nel mediterraneo, ma soprattutto per il controllo degli approvvigionamenti energetici italiani e per gli interessi economici del sistema paese Italia lungo le sponde del Nord Africa.

2018-11-02T15:39:59+00:00Settembre 19th, 2018|Difesa e Sicurezza, Pubblicazioni|