Baschi amaranto in Libia: analisi di una possibilità.

di Denise Serangelo

Baschi amaranto in Libia: analisi di una possibilità

È di qualche giorno fa l’indiscrezione giornalistica secondo la quale ci sarebbe una piccola aliquota di militari italiani appartenente alla Brigata Paracadutisti Folgore in partenza per la Libia.
La notizia di una possibile partenza era già stata paventata in diverse occasioni da due anni a questa parte ed anche in quest’occasione manca una conferma ufficiale da parte dei vertici militari direttamente interessati.

Tuttavia lo scenario che emerge dalle pagine dei giornali, seppur non confermato, troverebbe una ragione d’esistere sia a livello politico sia militare.
Cerchiamo dunque di analizzare il possibile intervento italiano alla luce dei rapporti tra l’Italia e la Libia e la complessa situazione nel Paese.

Nonostante la caduta di Sirte Serraj in bilico e sotto pressione

Per quanto sia rimasta nell’ombra delle cronache, soverchiata dalla nuova linfa vitale degli attentanti di questa estate, l’Italia ha continuato a lavorare al fianco delle autorità libiche per ristabilire un senso di normalità nel Paese.
Politicamente la situazione rimane confusa con un governo, quello del Premier Fayez al-Serraj, che non ha ancora trovato la strada corretta per ottenere il pieno controllo sul territorio e che si trova ancora in forte contrasto con il potere effettivo del Generale Haftar.

Tuttavia le pessime condizioni politiche in cui verte in governo sono controbilanciate dai successi militari sul campo legati alla lotta contro lo Stato Islamico nella città di Sirte.
Nei primi giorni del mese di agosto, l’aviazione americana aveva iniziato una serie di raid nelle vicinanze della città sotto il controllo delle milizie del califfato. In un primo momento tale strategia non era chiara e per alcuni sembrava solo l’ennesimo gioco di forza degli Stati Uniti in Medioriente per contrapporsi alla soddisfacente strategia russa nel teatro siriano.

I bombardamenti dopo qualche giorno si sono inseriti in un contesto militare di più ampio respiro che vedeva coinvolte le truppe leali al governo Serraj assistite dalla fase di pianificazione fino alle operazioni tattiche da forze militari occidentali.
È presumibile sostenere che senza il supporto esterno, la città di Sirte sarebbe ancora sotto il controllo delle bandiere nere visto che l’embrionale esercito libico di Serraj risulta ancora poco coeso e scarsamente addestrato.

Avendo sottratto uno dei principali sbocchi marittimi alle forze terroristiche, per il Califfato si è persa anche una delle principali capacità offensive verso l’Italia, rappresentata dall’uso di barche per minare la sicurezza delle acque mediterranee.

Come si è già più volte affermato, dalla riconquista della città di Sirte dipenderà la leadership politica della Libia, per questo si ritiene che le cancellerie europee e i vertici militari del Pentagono abbiano deciso di supportare la movimentazione del Governo Serraj invece che intervenire unilateralmente.

Un fallimento del governo costituito dall’ONU e fortemente voluto da tutti gli attori coinvolti negli interessi del Paese – Italia e Francia in primis – non avrebbe più potuto risollevare la figura di Premier agli occhi della popolazione.
Popolazione che già giudica con severità il risicato operato di Serraj e del suo entourage; la sua scarsa presenza a contatto con la popolazione lo porta ad essere un’entità sconosciuta che si sta definendo sempre più come una figura imposta dall’esterno del Paese.
Sul piano economico le misure intraprese sembrano essere continuamente insufficienti e di scarsa incisività per il breve periodo, lo sfruttamento dei giacimenti petroliferi e la vendita delle concessioni potrebbero garantire una solidità economica solo tra qualche anno.
Un governo dunque che ha letteralmente il peso del caos sulle spalle derivato dal suo possibile fallimento, Sirte è ancora una volta la chiave di volta per la leadership.

La città strategica sulla costa è il nervo scoperto della tanto dibattuta sicurezza nelle acque del Mediterraneo problematica che riguarda l’Italia in maniera diretta.
Le presunte minacce scritte sui muri nelle vicinanze del porto di Sirte, rinvenute dopo la liberazione, hanno scatenato un dibattito interno alla politica nazionale su come arginare il fenomeno dell’immigrazione massiccia attraverso una missione militare che coinvolga Marina e le forze terrestri.

Allo stato attuale però ogni missione militare – navale e terrestre – rimane poco più che un lontano miraggio.

Haftar alla riconquista dei termina petroliferi

Il Generale Haftar, capo dell’autoproclamato Esercito nazionale libico facente capo al governo laico di Tobruk, ha lanciato all’alba di ieri una massiccia offensiva per la conquista della zona della Mezzaluna petrolifera libica sotto il controllo delle forze governative.

L’offensiva avrebbe avuto successo a nella zona di Sidra e Ras Lanuf da dove le milizie delle Guardie Petrolifere guidate da Ibrahim Jadhran, fedele al governo Sarraj si sarebbero ritirate quasi senza combattere mentre si registrano intensi scontri nel porto petrolifero di al- Zawitina che ancora non è caduto nelle mani del Generale.

A guidare l’offensiva delle forze di Haftar nella zona della Mezzaluna petrolifera è la brigata 153 con a capo il maggiore Miftah Shaqluf.

La battaglia non potrà definirsi conclusa fino a quando non si avrà il pieno controllo di al-Zawitina e Agedabia, l’aeroporto di Ras Lanuf e parte del centro abitato sembrano essere già controllate dagli umoni del maggiore Shaqluf.

Il successo dell’offensiva di Haftar, potrebbe essere dovuta non solo alla credibile leadership del Generale ma a forze egiziane e saudite che supportano la movimentazione.

Quello che sembrava poco chiaro era il perché il Generale Haftar avesse fretta di muovere verso i pozzi petroliferi sotto il controllo governativo.

Una delle ipotesi è di sfruttare l’attenzione del governo di Tripoli per Sirte per accedere ai terminal petroliferi e gestire per conto del governo di Tobruk l’export di greggio.

L’Italia rinnova la sua politica estera e militare per la Libia

Il Governo di Serraj si è sempre dimostrato particolarmente incline ad intrattenere un dialogo aperto con i rappresentanti del governo di Roma.
Il Generale Paolo Serra consigliere militare del rappresentante delle Nazioni Unite a Tripoli è una delle figure che più assiduamente intrattiene rapporti con gli esponenti politica del Paese e che da essi ha riscosso in diverse occasioni sinceri apprezzamenti.

L’Italia ha oltre a questioni militari di primaria importanza, interessi nazionali in Libia che vantano partecipazioni illustri come Eni, colosso del settore petrolifero che sembra nel corso del tempo diventato l’asso nella manica della politica italiana a Tripoli.

Presenti in loco sono anche ditte come la Bonatti e Salini entrambe impegnate attivamente nella rete sociale ed economica del Paese.
Per tutelare l’importante geostrategica ed evitare che Francia ed Inghilterra si affrettino a concludere accordi industriali e militari con la nuova Libia, Roma si è dovuta cimentare in una politica estera faticosa che rompesse gli schemi delle tradizionali relazioni internazionali.

Ci si è trovati così, forse per la prima volta dopo la missione IBIS in Somalia, in aperto contrasto con la politica estera americana che avrebbe voluto un’Italia pronta a far sentire la sua presenza miliare senza un piano ben preciso sulle coste libiche.
Nel febbraio 2016 lo scontro divenne così evidente e le pressioni così forti che fu lo stesso neonato Governo libico a mettere fine alla possibilità di un intervento militare chiedendo al Governo di Roma di non intervenire in nessun caso senza autorizzazione diretta.

Nonostante molte frange a favore dell’interventismo venissero direttamente dalla popolazione civile che chiedeva a gran voce un maggior coinvolgimento dell’Italia nella vita dell’ex colonia, la pianificazione militare si arrestò bruscamente.
Per diversi mesi nel dibattito nazionale la politica libica fu lasciata in secondo piano fino a quando un dossier dei Servizi, ha lasciato trapelare la presenza di corpi speciali italiani a Tripoli e in tutti i principali punti strategici del Paese con compiti a metà tra il militare e l’intelligence.
Lo scandalo è stato presto servito, ma già a marzo, sulle pagine di Alpha paventammo insieme al Generale Piacentini la possibilità di una maggior collaborazione tra intelligence e forze militari non tradizionali in pieno ottemperanza alle leggi italiane.
Questa collaborazione risulta e risultava più attagliata per la situazione tattica che si presentava nel Paese, con un maggior margine di movimento ed una cornice di sicurezza decisamente più ampia.
Sicurezza è divento il concetto chiave della gestione italiana sul territorio libico che in connubio con il concetto di superiorità informativa hanno reso l’operato di Roma efficace e ben strutturato.
Le operazioni militari massicce con il conseguente ‘show the force’ non è mai stato una prerogativa della struttura militare italiana che si è resa molto più incline a lavori di cesello eseguiti con una politica estera che asseconda la logica degli interessi nazionali.
La presenza in Libia dunque si concretizza con un operato occulto, che lavora in sordina per garantire l’incolumità dei connazionali e una presenza stabile sul terreno in caso di incremento della attività offensive dello Stato Islamico o di altre forze ostili.
Gli accordi sulla presenza dei militari italiani in loco si sarebbe discussa direttamente con il Governo Serraj che per quanto debole ed ininfluente è quello che più si avvicina al detentore ufficiale del potere politico.

Mentre sui giornali si discute sulla legittima presenza delle Forze Speciali con compiti segreti e regole d’ingaggio assolutamente blindate, la politica estera italiana continua a lavorare per ottenere un maggiore ruolo economico e di cooperazione nel Paese.
Una decisione quella di puntare sulla cooperazione che è vista con grande criticità da chi vorrebbe un’Italia più incisiva e presente sul piano militare.
In realtà secondo le analisi degli scenari operativi in cui Roma è stata ed è presente, dall’Afghanistan all’Iraq passando per la Somalia, la cooperazione ed il dialogo politico hanno da sempre permesso alle forze militari di lavorare in modo più proficuo e sicuro.

Baschi amaranti in Libia: analisi di una possibilità

Fin dal febbraio 2014 quando la crisi libica sembrava dover prendere la stessa piega dell’Iraq o della Siria, soggiogata dalla politica affabulatoria dello Stato Islamico, in Italia l’unica Brigata che sembrava in grado di far fronte alla situazione era quella dei paracadutisti della Folgore.
Per definizione i paracadutisti sono considerati entry force e sono dotati di mezzi ed addestramento grazie ai quali ‘aprono’ letteralmente un nuovo teatro operativo dove non vi è presenza militare pregressa.

Tali forze lavorano non solo in ambienti ostili ma garantiscono una vastità di scenari possibili che rende la loro presenza versatile ed adattabile alle esigenze di un teatro operativo in evoluzione.

La Libia ormai potrebbe non essere più definita come un teatro in mutamento, quanto piuttosto una situazione tattica cristallizzata e sufficientemente conosciuta.
Le indiscrezioni ( che non vedono ancora nessuna fonte ufficiale prendersi carico della comunicazioni agli organi di stampa) darebbero per certo l’invio di un contingente di paracadutisti composto da un centinaio di uomini nella zona di Misurata.

A dare un certo credito alla notizia è sicuramente la convocazione per domani di della IV Commissione (Difesa) che discuterà della situazione in Libia secondo l’ordine del giorno.
Per il momento non è dato sapere tempistiche per la partenza, che come è logico vengono tenute assolutamente riservate per evitare inconvenienti come imboscate o posizionamento di ordigni artigianali, tuttavia visto la celerità con cui è stata convocata la la commissione e il poco preavviso con cui gli uomini dai baschi amaranto sono abituati a muoversi è possibile immaginare che diverse unità siano già approntate.
Il compito della Folgore dovrebbe essere quello di mantenere le necessarie condizioni di sicurezza intorno all’ospedale da campo, Role 2, che Roma ha deciso di schierare per dare supporto sanitario ai feriti della battaglia di Sirte e tutti coloro che necessitano di aiuto.

Gli uomini del 186° reggimento paracadutisti con sede a Siena potrebbero presto raggiungere gli uomini delle forze speciali del Reggimento d’assalto COL MOSCHIN schierati a supporto delle forze misuratine.

A differenza delle precedenti notizie questa appare decisamente più in linea con la piega politica e militare che l’Italia intendeva tessere con il Governo libico.

Una presenza discreta, a contatto con la popolazione che non guarda l’una o l’altra parte coinvolta nel conflitto intestino al Paese ma che mira a stabilire un contatto efficace con tutti gli attori coinvolti.
Si muovono spesso critiche alla metodologia utilizzata dagli italiani nei teatri operativi che punta sul contatto con la popolazione e non sull’uso della forza bruta, ma si è evidenziato in Afghanistan e Somalia come questo approccio tipico possa essere di grande impatto e molto più efficiente per la stabilizzazione dell’area di competenza.
Un intervento dunque che concede aiuti umanitari urgenti con una cornice di sicurezza importante laddove in questo momento si sente più necessità di assetti medici specializzati senza guardare a chi viene prestato soccorso.

Proprio l’imparzialità dell’operato italiano potrebbe essere l’unica nota positiva ed al contempo negativa, perché proprio quelle fazioni che si trovano a godere della professionalità dei medici del Corpo Sanitario potrebbero vedere nella cura dei loro nemici un grave affronto del contingente.

Quello che si auspica è che non si sia valutata solo la necessità di instaurare un rapporto con la popolazione ma si sia concesso agli uomini della Folgore regole d’ingaggio appropriate alle eventuali situazioni di contingenza che ne consentano l’esfiltrazione in sicurezza.

Infine questa ancora ipotetica partenza si collocherebbe in un dialogo bilaterale tra Roma e Tripoli che di dimostrerebbe maturo e consolidato. Da una parte un governo che per quanto instabile cura la sua popolazione chiedendo supporto mirato ad agenti esterni non sottomettendosi al volere di altre forze politiche esterne ed al contempo si evidenzia una capacità italiana di gestione della crisi e di risposta ad essa.

Per la prima volta in due anni ci troviamo davanti alla prima vera possibile partenza di un contingente italiano per il fronte libico caratterizzato da una debolezza politica di fondo per il Premier Serraj ed una grande vittoria sul fronte della politica estera nazionale.

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GR

2016-10-21T22:56:40+00:00 settembre 12th, 2016|News|