Nagorno-Karabakh: una guerra in cerca di pace

di Franceco Trupia

L’escalation di violenza della notte del 2 Aprile 2016 nel Nagorno-Karabakh, regione autoproclamatasi indipendente del 1992 e contesa militarmente tra Armenia e Azerbaijan, ha riproposto alla comunità internazionale uno dei conflitti etnici ancora in corso, per alcuni addirittura in divenire a causa dei giochi geopolitici di Turchia e Russia, ma sicuramente fin troppo semplicisticamente definito come “conflitto congelato” in questi anni.

Se gli ultimi incontri diplomatici tenutisi a Mosca e all’interno del Gruppo di Minsk, presieduti dai due governi di Erevan e Baku, hanno avuto come maggiore interesse l’evolversi delle ultime ostilità militari, soprattutto attraverso il monitoraggio delle “linee di contatto”, pochi si sono occupati in questi ultimi venti lunghi anni delle condizioni della popolazione civile che occupa il Karabakh.

Una popolazione, quest’ultima, interamente armena e di confessione cristiana, che da oltre vent’anni abita la NKR in uno stato di totale abbandono, in cui il livello di instabilità regionale che affligge anche psicologicamente l’intera popolazione. Tre generazioni di armeni, nonché di azeri, che abitavano pur ina minoranza la regione durante il periodo sovietico, che rimangono ancora coinvolti nel conflitto, protagonisti di una delle pagine più sanguinose della fine dello scorso secolo, ancora realtà e apparentemente difficile da fermare.

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Il “non-confine” tra Armenia e Repubblica del Nagorno-Karabakh (NKR) nei pressi del Corridoio di Lachin, liberato dall’esercito armeno il 18 Maggio 1992, che geograficamente unisce lo Stato armeno e la de facto Repubblica del NKR. La bandiera del NKR presenta gli stessi colori di quella armena, con l’eccezione del gallone bianco ad evidenziare i confini dell’Artsakh, nome storico della decima provincia dell’Impero di Armenia, e con in quale gli stessi armeni riconoscono culturalmente la regione.

Il checkpoint doganale è assolutamente diverso da qualsiasi altro, un “non-confine” che esiste fin dalla liberazione del corridoio, di fondamentale importanza per ovvi motivi geopolitici. Semplici controlli a mezzi e persone in transito vengono effettuate dalla polizia e militari, mentre ai cittadini stranieri viene consegnato l’indirizzo del Ministero degli Affari Esteri per la registrazione a Stepanakert del proprio ingresso nella regione

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Veduta della città di Stepanakert, capitale della de facto Repubblica del Nagorno-Karabakh, difesa dalle montagne all’interno del “Giardino Nero” del Sud del Caucaso. Nonostante non vi siano dati ufficiali sul numero degli abitanti, soprattutto dopo il fenomeno dell’Internal Displaced Person-s (IDPs) durante il primo conflitto, sono circa sessantamila gli armeni che abitano la città.

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 “Noi crediamo nel nostro futuro”. Nella via centrale di Stepanakert, ancora addobbata per i festeggiamenti del 9 Maggio, Giorno della Vittoria dell’URSS contro l’esercito nazista, un messaggio di speranza per l’intera popolazione armena, che potrà realizzarsi solo attraverso il riconoscimento della Repubblica a livello internazionale.

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Nonostante furono le autorità sovietiche vincitrici del secondo conflitto mondiale, nella persona di Joseph Stalin e l’allora Ministro degli Esteri Chicherin, a decidere di accorpare il Karabakh alla neonata Repubblica Sovietica dell’Azerbaijan, trasformando la regione a maggioranza armena in un Oblast, ogni 9 Maggio le autorità di Stepanakert ricordano la stessa vittoria sovietica del 1945 senza alcun imbarazzo, almeno apparentemente. Anche il nome della città, diverso dal suo nome azero “Xankəndi”, è collegato ad un rivoluzionario sovietico di etnia armena, Stepan Shahumyan, conosciuto come il “Lenin del Caucaso” per il suo forte attivismo politico a fianco del Partito Bolscevico russo.

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Al centro di Stepanakert, un soldato dell’esercito volontario con la fidanzata. È una della scene più comuni all’interno di una regione, quella del Nagorno-Karabakh, in cui qualsiasi distinzione tra lo stato di guerra e vita privata è ancora completamente annullata.

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I quattro giorni di forti scontri in questo Aprile 2016 hanno sicuramente riscritto la letteratura del conflitto del Nagorno-Karabakh, per il numero di morti e per gli scenari militari visti lungo la linea di fronte. Soprattutto per la popolazione armena, le ultime ostilità militari vengono definite come una “seconda guerra” dopo quella dell’inizio degli anni Novanta. Un parallelo culturale che è orami realtà nelle menti della popolazione civile.

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Lo stadio cittadino di Stepanakert ospita dal 2009 il “campionato nazionale” di calcio. La prospettiva, invece, in direzione est della città, mostra una delle “security issue” più importanti all’interno del conflitto. Lo squarcio tra le montagne del “giardino nero”, infatti, espone la città ad un possibile attacco missilistico azero. Un rischio, quest’ultimo, che durante l’escalation degli inizi dello scorso Aprile ha gettato l’intera popolazione nel panico e, di conseguenza, palesato un ufficiale riconoscimento di Erevan della regione indipendentista per un appoggio totale nelle operazioni militari.

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Periferia Sud di Stepanakert, direzione Shushi, da dove durante la guerra del 1992 arrivarono una serie di bombardamenti azeri che distrussero parti di questa area cittadina abitata da armeni.

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Appena fuori da Stepanakert, il monumento di Tatik Papik, o meglio conosciuto con il motto “Noi Siamo le Nostre Montagne”, che rappresenta il patrimonio culturale dell’Artsakh. Il monumento rappresenta una tradizionale coppia di “nonni armeni”, sia nei tratti somatici del “Papik” ma anche nell’abbigliamento di “Tatik”. La costruzione fu ostacolata durante il periodo sovietico per ovvi motivi etnici, ma fin dalla sua costruzione è rimasto il simbolo dell’intero Karabakh.

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L’Artsakh University rimane uno dei luoghi della città che forse più di tutti rappresenta la voglia di normalità da parte della popolazione civile. Collegata didatticamente alla Yerevan State University, sono in molti i giovani armeni del Nagorno-Karabakh che studiano presso l’istituto universitario, ottenendo anche piccole borse di studio nelle università della Transnistria, Ossezia del Sud e Abhakzia, de facto repubbliche autoproclamatesi indipendenti da Moldavia e Georgia e che riconoscono la NKR

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Tra propaganda militare e cruda realtà. Nella piazza principale di Stepanakert, luogo in cui sono concentrati i principali palazzi istituzionali della NKR, è stata allestita una mostra fotografica con le immagine della guerra del 1992 e quella dell’Aprile 2016. Sono infatti tre le generazione di armeni del Karabakh coinvolte nella “guerra di trincea”.

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Sulla strada che da Stepanakert conduce alla cittadina di Shushi, a pochi chilometri di distanza dai due centri abitati, la presenza di un “cingolato commemorativo” in ricordo della battaglia del 1992. Il carro armato, in realtà azero, fu conquistato dagli armeni durante il conflitto in città, uno dei più celebri della “prima guerra”, sul quale fu dipinta una croce cristiana in segno di conquista, tutt’oggi visibile sul fianco esposto in direzione Shushi. Un simbolo della “vittoria” armena nel 1992.

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Nonostante Stepanakert non sia stata coinvolta nelle ultime ostilità militari, sono ancora visibili i segni della sanguinosa guerra del 1992 tra Armenia e Azerbaijan. Segni, che al di là del loro “effetto visivo” e “emozionale”, riconducono ad uno stallo della situazione che nella NKR rimane ancora presente.

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La cattedrale di Ghazanchetsots, a Shushi. La chiesa, oggi interamente ricostruita, si trova nella zona più alta della città, visibile per chi viene dal sud dell’Artsakh in direzione Stepanakert. La chiesa rimane uno dei luoghi simbolo più importanti della guerra del 1992, poiché dopo essere stata occupata dagli azeri, che la trasformarono nel proprio arsenale, fu riconquistata dagli armeni nel maggio di quello stesso anno.

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All’interno della Cattedrale di Ghazanchetsots alcuni soldati dell’Esercito dei Liberi Combattenti dell’Artaskh raccolti in preghiera, nella tipica usanza ortodossa (nonostante non cristiano-ortodossi) di soffermarsi silenti dinnanzi le candele accese. Il ruolo della Chiesa Apostolica di Armenia è uno dei fattori culturalmente più importanti per la spiegazione dell’intero conflitto del Nagorno-Karabakh. Attualmente sono circa una ventina i preti presenti al fronte, con le loro Chiese costantemente aperte ai civili che vogliono ritrovarsi in preghiera. Una guerra, quella ancora in corso, in cui il background religioso è molto forte: per gli armeni, l’Artsakh è stata da sempre una delle regione cristiana, con la presenza di luoghi di culto cristiani risalenti al V secolo d.C., mentre diversa la tradizione turcofona dell’Azerbaijan, con una forte identità musulmana e sciita.

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Di fronte la cattedrale, una delle parti maggiormente ricostruite della città. La presenza di una scuola elementare e dei suoi bambini stona chiaramente con lo stabile di poco a fianco, con il museo del “Revival Karabakh” che mostra ai pochissimi turisti una perenne esposizione di tappeti armeni e una mostra fotografica sul conflitto in città nel 1992.

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Se la Cattedrale di Ghazanchetsots si mostra interamente ricostruita dopo il conflitto del 1992, stessa situazione non si evidenzia per la storica Moschea cittadina di Yukhari Govhar Agha. Shushi, prima del crollo dell’Unione Sovietica, era una delle città del Karabakh con un alto livello di coesistenza tra cristiano-armeni e azero-musulmani. A causa dell’inizio del conflitto, con il suo fenomeno di Intenal Displaced Person-s (IDP-s), non vi è nessun musulmano presente in città, con uno stato di abbandono e degrado totale della zona di culto.

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Molte parti di Shushi rimangono interamente distrutte, senza nessun progetto di ricostruzione. I civili, che abitano la città, conducono una vita in un clima surreale e di totale abbandono, con strade e abitazioni ridotte in macerie che simboleggiano non solo l’isolamento che la NKR soffre da oltre un ventennio, soprattutto internazionale, ma anche l’instabile scenario interno nella regione. La non sicurezza di un domani, fatto di pace e tranquillità, conduce molti cittadini a non ricostruire le zone di Shushi.

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Sulla collina di Hadrut, un altro luogo di culto cristiano, completamente abbandonato per via dell’impervia strada che dal centro città conduce in questo luogo. Le montagne intorno producono un indisponente effetto eco delle attività militari lungo il fronte sudest della NKR, chiaramente ascoltabili nonostante i chilometri – seppur pochi – di distanza.

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Nella cittadina la presenza di molti bambini è una costante. Le principali scuole, ricostruite e oggi funzionanti, insieme ad una succursale dell’Università di Stepanakert, presentano uno stato più che accettabile grazie ai fondi delle organizzazione statunitensi create e composte dalla diaspora armena. Però, la mancanza di insegnanti e l’instabilità dei confini occupati dai militari, non permette assolutamente una vita accettabile ai giovani studenti, che rappresentano oramai la quarta generazione armena coinvolta dal e nel conflitto.

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Anche gli aspetti più semplici della tecnologia dimostrano quanto la regione del Nagorno-Karabakh rimanga culturalmente contradditoria ed anche psicologicamente combattuta, quindi non solo sul piano militare. Avvicinandosi alle zone occupate dalle trincee novecentesche dell’Esercito dei Liberi Combattenti dell’Artsakh, le schede internazionali, risettate dalle attività di roaming dei moderni smartphone, danno il benvenuto in Azerbaijan.

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Shushi, per certi versi, ed in molte sue zone, rimane una città fantasma, distrutta dalla guerra, inospitale per qualsiasi persona e avvolta da un isolamento che affligge la popolazione armena locale.

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Il centro della cittadina, nel mezzo tra le due caserme militari, rimane costantemente monitorato anche dalla polizia della NKR. Quasi nessun abitante in giro per strada, con la piazza che è stata – e continua ad esserlo – luogo di ritrovo per i volontari in mimetica pronti a raggiungere il fronte di guerra.

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Hadrut, cittadina di circa quattromila armeni, nella zona Sudest del Nagorno-Karabakh, a pochi minuti da Martuni, luogo celebre per gli scontri dell’inizio dello scorso Aprile, ad un centinaio di chilometri dal Nordovest dell’Iran. Nelle prime ore del 17 Maggio, lungo la linea del fronte, a 25 km dalla cittadina, un ventenne armeno è stato ucciso in una delle tante ostilità militari che attualmente vengono condotte da entrambi gli eserciti, nonostante l’ufficialità del “cessate il fuoco” del 5 Aprile delle 12.00 (ora locale) sancito a Mosca.

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La presenza dei militari e dei volontari in mimetica potrebbe essere il simbolo dell’intera NKR. Ad Hadrut, moltissimi sono i volontari e i veterani della guerra del 1992-94 che aspettano il loro turno per raggiungere quella che le autorità del Gruppo Minsk chiamano “linea di contatto”.

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Così come nel Rojava curdo a Nord della Siria, l’esercito dei Combattenti Liberi dell’Artsakh è composto da molti volontari, con gli stessi “equipaggiamenti”. La NKR non essendo riconosciuta da nessuno non riesce a comprare armi o qualsiasi equipaggiamento militare da nessun altro Stato. Nonostante l’appoggio di Erevan, l’attrezzatura rimane o quella desueta di origine sovietica, occasionale per i volontari, in parte conquistata dai soldati dell’esercito azero uccisi in questi anni di guerra, ma soprattutto “di difesa”. Infatti, se da una parte i soldati dicono di non avere l’attrezzatura adeguata, all’interno di una vera e propria “guerra di posizione”, che l’Europa conobbe agli inizi del Novecento, dall’altra parte, sempre secondo i soldati armeni, l’utilizzo degli attuali equipaggiamenti militari confermano la guerra di difesa armena per la regione cristiana dell’Artsakh.

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Cosi come a Shushi, anche l’intera provincia di Hadrut presenta le sue zone spettrali, in cui l’intera popolazione civile vive in uno stato di totale abbandono, psicologicamente dalla guerra contro l’Azerbaijan e inascoltata dalla comunità internazionale. Proprio tale provincia a sud-est della NKR, ha storicamente avuto una componente culturale russofona molto forte, che ebbe inizio fin dalla guerra di fine XIX secolo tra ottomani e impero zarista in chiara opposizione antislamica e anti-turca. Attualmente, la maggioranza della popolazione, soprattutto dopo il conflitto del 1992, si è traferita in Russia.

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2017-03-18T13:38:37+00:00 maggio 20th, 2016|News|