Nagorno-Karabakh: suonano le armi tra i venti di tregua

© AP Photo/ Vahan Stepanyan

di Francesco Trupia, Denise Serangelo

I VIDEO

Abbattimento primo AUV azero degli armeni nelle prime ore dello sconfinamento azero

Video di propaganda azera. Possibile villaggio armeno del Karabakh a Mandakert

Drone azero abbattuto durante le prime ore del 2 Aprile

Mi24 azero abbattuto durante le prime ore del 2 Aprile

Arrivo dei veterani di guerra da tutta l’Armenia a Stepanakert nelle prime ore del 3 Aprile

Controffensiva armena 3, 4 Aprile a Martakert

Controffensiva armena 3, 4 Aprile a Martakert

Attività di perlustrazione di drone armeno. I cerchi rossi indicano i soldati azeri uccisi durante la prima controffensiva. Alla fine, anche un cingolato azero colpito.

Operazioni azere pre-occupazione del villaggio armeno di Talish il 4 Aprile

Operazioni militari riportati da Rossya1

Un continuo stato di insicurezza per la popolazione civile e un conflitto che sembra aver definitivamente sconfessato la letteratura politologica sulla definizione di “frozen conflict”. Quello che si sta svolgendo nel Nagorno-Karabakh, giardino nero del Caucaso meridionale, sembra aver riaperto nuovi scenari geopolitici e strategie militari finora mai utilizzate nella regione contesa tra Armenia e Azerbaijan, che ricoprono solo marginalmente il ruolo di principali attori nella risoluzione di una delle crisi più complesse dell’intero spazio post-sovietico.

Dal 2 Settembre 1991, data della dichiarazione unilaterale di indipendenza della de facto Repubblica del Nagorno-Karabakh, la regione, piuttosto che scenario di un conflitto geograficamente ridimensionato, ha rappresentato l’epicentro sub-regionale in cui civiltà identitarie, cristiana quella armena e apparentemente secolarizzata quella azera, insieme a speculazioni storiche, revanchismi nazionali e interessi economici, evidenziano un unicum sullo scenario internazionale.

Per Erevan, la regione del Karabakh è sempre stata una camera di compensazione geopolitica fin dal 1953, anno in cui l’ingresso nella NATO della Turchia ridefiniva i confini tra lo spazio sovietico e quello del blocco occidentale, e sanciva la perdita delle velleità armene per un riconoscimento dell’enclave del Nakhichevan e dell’area occidentale dell’Ararat, la catena montuosa che delinea la frontiera geografica con il territorio turco.

Una regione, quella del Nagorno-Karabakh, parte della storia del popolo armeno così come di quello azero, utilizzata strumentalmente dalle élites di entrambi i Paesi nella costruzione delle leadership politiche: dagli ultimi due Presidente armeni, Serzh Sargsyan e Robert Kocharyan, entrambi nati a Stepanakert, capitale del Karabakh, alla dinastia azera della famiglia Aliyev, che esalta le origini türksoy (türk=turche, soy=stirpe) del territorio oggi conteso.

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Carta di Antonio Lamanna

L’escalation di violenza della notte del 2 Aprile, quindi, appare non rappresentare una delle storiche tappe più cruenti di una crisi ultraventennale, ma introduce un nuovo capitolo geopolitico e militare di una conflitto che supera le frontiere sub-regionali.

In attuale regime di “cessate il fuoco”, raggiunto a Mosca il 5 Aprile alle ore 12:00 (orario locale) tra Stepanakert e Baku, dinnanzi la presenza del Presidente Vladimir Putin, le operazioni militari iniziate a Mardekert con lo sconfino azero nella boiling spot, appaiono essere state volute da Baku alla luce delle repentine attività di evacuazione dei distretti di Tartar e Barda per la controffensiva armena, e previste dall’esercito di occupazione del Nagorno-Karabakh proprio per la reattività della risposta militare e l’abbattimento di un UAV azero.

La ripresa delle ostilità nel Karabakh si è parallelamente protratta con la manipolazione delle informazioni dirette alle rispettive società civili di Armenia e Azerbaijan in modo completamente opposto. Una guerra di numeri in cui il vicendevole oscuramento dei siti ministeriali e delle agenzie di stampa, è stata acuita dalla promulgazione della notizia da parte della televisione russa LifeNews su un possibile arrivo nella zona delle ostilità militari di una sessantina di foreign fighters in fuga dalla città di al-Raqqa (Siria). Notizia, apparentemente plausibile in quanto comparata ai report di intelligence azeri che riportavano la fuoriuscita dal proprio territorio nazionale di un centinaio di connazionali unitisi alle file dello Stato Islamico. Uno scenario, quest’ultimo, che nel Caucaso preoccupa per un possibile effetto domino dopo che nella gola georgiana del Pankisi le intense operazioni di intelligence hanno lo scorso mese portato all’arresto di tre cittadini georgiani per via delle loro attività di cooperazione con l’esercito di al-Baghdadi.

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Carta di Antonio Lamanna

Se a Baku le notizie della (ri-)conquista di avamposti occupati dagli armeni si univano al vincente utilizzo dell’esercito azero dei TOS-1 Solntsepyok e dei veicoli dell’aviazione UAV, l’arrivo dei veterani di guerra del 1991-94 e di molti giovani volontari, molti dei quali impreparati ma unitisi comunque all’Unione dei Combattenti del Libero Artsakh, felicitavano la controparte armena. Quest’ultima, veniva in parte rassicurata dagli official statemement di Stepanakert, che ufficializzavano nelle prime quarantotto ore di difesa lungo la linea di contatto del Karabakh la distruzione di 15 cingolati azeri, tra cui tre distrutti a Nord e altri 2 in quella più settentrionale, di 2 droni, con il primo abbattuto dall’esercito dei Liberi Combattenti dell’Arstakh durante le prime ore dell’escalation, di un 1 elicottero in direzione Jabrayil in ritirata dalla zona più calda, e di un sistema MLRS.

L’utilizzo azero dei TOS-1 Solntsepyok, volgarmente chiamato dagli analisti Buratino, ha evidenziato una svolta all’interno del conflitto, poiché sistema d’arma complesso e conosciuto solo in ambienti ristretti afferenti all’ex blocco sovietico e classificabile come arma termobarica pesante destinata soprattutto all’annientamento sistematico di qualsiasi ostacolo si ponga davanti all’avanzata dell’esercito utilizzatore. Da un punto di vista tattico, il celebre Buratino, potrebbe essere sostituito da sistemi d’arma più innovativi e fruibili, come droni dotati di missili a percussione in grado di penetrare anche i bunker più nascosti. Tutto ciò non era in disposizione dell’esercito armeno, le cui prime vittime proprio arrivate dall’utilizzo di tale arma pesante, psicologicamente devastante per via del suo Show the Forces che per i reali vantaggi tattici. Essendo un’arma termobarica, le zone rurali del Karabakh sono state scenario di grandi nubi di gas e conseguenti enormi esplosioni, causate dalle stesse testate termobariche che nella loro emissione e saturazione del gas incendiario hanno sprigionato al momento dell’impatto estese bolle di fuoco che hanno investito edifici e soprattutto i civili della zona.

Ciononostante, le ultime avvisaglie prime dell’ufficiale “cessate il fuoco”, dopo quello apparentemente falso emanato da Baku del pomeriggio del 2 Aprile, conducono l’esercito azero nei villaggi di Berdavan e Koti con l’utilizzo di granate lungo al confine Nord-Est, in direzione della provincia di Tavush. Lungo il confine Sud-Est, invece, i Smerch Multiple Rocket Launcher azeri conducevano un intensa copertura di fuoco sulla cittadina di Martuni e la parziale occupazione della regione del Martakert, nell’Artsakh, nel villaggio di Talish.

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Carta di Antonio Lamanna

Le ostilità in questa precisa area geografica potrebbero rappresentare una delle future diatribe diplomatiche che Armenia e Azerbaijan appaiono voler condurre giuridicamente. Il ritrovamento dei coniugi Valera e Razmela Khalapyan, nonché di Marousya Khalapyan, uccisi all’interno delle proprie abitazioni con evidenti segni di tortura fisica, uniti alla morte dello studente tredicenne Vaghinak Grigoryan, all’interno della scuola di Martuni per l’utilizzo di BM-21 Grad, sono già stati definiti da Erevan come crimini di guerra in palese violazione del Protocollo del 1977 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo (1948). Invero, la zona di Artsakh, nonché quella adiacente a essa, è stata da tempo definitiva dall’European Commission against Racism and Intolerance (ECRI) come una delle zone più affette da violazione di diritti umani durante le esperienze di guerra, per il non controllo azero della regione e la frangibile occupazione delle forze armene.

La risorsa militare azera dei sei TOS-1 Solntsepyok, utilizzata per la prima volta nel Nagorno-Karabakh, consegnata nell’estate del 2014 da Mosca e in seguito testata da comparti speciali UVS dell’esercito azero, ha non poco imbarazzato la diplomazia russa nel suo ruolo di possibile mediatore. Le dichiarazioni del presidente armeno Srgsyan del 6 Aprile a Berlino, infatti, hanno confermano la vendita di armi della Russia non solo a Baku ma anche all’Armenia, così come a tutti i Paesi della regione, confermando un mercato di compravendita tra Mosca e l’intero Caucaso.

In particolare, l’utilizzo dei droni, alcuni di essi abbattuti durante le operazioni militari dei quattro giorni di forti scontri, allineano il conflitto del Nagorno-Karabakh agli attuali scenari di guerra più moderni su scala globale. L’utilizzo degli stessi da parte dei rispettivi Paesi evidenzia una solida collaborazione tra l’industria militare di Armenia e Azerbaijan con Paesi terzi.

Se i droni utilizzati da Armenia (Krunk 25-1, Krunk 25-2 e “Boze” mini-drone) e Azerbaijan (ThunderB UAVs, Orbiter 2M, Aerostar UAVs) appaiono leciti all’interno di un conflitto regionale, desta scalpore lo schianto di un drone israeliano (IAI Harop) nella regione del Karabakh nelle prime ore del 4 Aprile, colpendo uno dei veicoli militari che trasportavano i volontari armeni diretti al fronte, uccidendo sette.

L’Armenia è fortemente legata all’indotto bellico russo, nel quale il modello di UAV Krunk e Boze, rispettivamente drone e mini-drone, sono stati progettati e sviluppati per l’influente personalità russa del Presidente Putin. Entrambi i modelli sono utilizzati nelle attività di sorveglianza avanzata e non possono trasportare armi di nessun tipo. Pur avendo un’autonomia assai lunga ed essendo velivoli a pilotaggio remoto, rimangono eccellenti per le attività di osservazione sulle lunghe distanze con il raggiungimento di quote di volo sufficientemente alte tanto da non essere scoperte. Il Krunk 25-1, ad esempio, è capace di trasmettere dati video fino ad un massimo di 150km avendo autonomia di poco meno di quattro ore. Se l’Armenia si è schierata apertamente con la tecnologia russa, l’Azerbaijan si è affidato invece agli UAV israeliani, tutti con ottime capacità di sorveglianza avanzata.

Dal 2011 è nota l’importante intesa militare tra Azerbaijan ed Israele, con quest’ultimo che ha permesso ad alcune industrie della Difesa di iniziare una produzione in territorio azero per sottolinearne la buona intesa commerciale. E’ il caso dell’UAV modello ThunderB (nome della casa costruttrice) e dell’Orbiter 2M dell’israeliana Aereonautics Defence Systems. Tutti i sopracitati UAV nascono con peculiari caratteristiche per la sorveglianza aerea in caso di Homeland Security ed operazioni militari di profondità.

Il Drone IAI Harop abbattuto nei giorni passati, invece, merita un approfondimento particolare in quanto mai utilizzato nel Karabakh e non rientrante nella classica di categorizzazione del drone per la sorveglianza.  HAROP è infatti costruito dall’Israel Aerospace Industries ed è un perfetto drone da combattimento, uno dei più sofisticati in circolazione. L’utilizzo di quest’arma così sofisticata esula completamente lo schema di sorveglianza e monitoraggio dei movimenti della controparte, e si presenta dunque come il primo tassello di una risposta rapida in caso la crisi si ripresentasse più virulenta di prima.

Storicamente, infatti, il conflitto del Nagorno-Karabakh evidenzia non solo l’interesse geopolitico di Russia e Turchia, connesse ai decennali percorsi storico-culturali dei due attori in campo, ma anche di altre potenze internazionali. Israele appare essere una di queste, con importanti interessi legati al “gasdotto BTC”, Baku-Tbilsi-Ceyhan, dal quale Tel Aviv riceve il 40% del proprio consumo energetico nazionale. Subito dopo il crollo dell’Unione Sovietica, le relazioni tra Azerbaijan e Israele hanno rappresentato un’eccezione all’interno della macroregione eurasiatica, sia per via dei suoi constanti e longevi rapporti sia per l’interesse di Tel Aviv di estendere la propria influenza nella contesa del Nagorno-Karabakh. La posizione di Israele in realtà, appare essere chiaramente quella anti-iraniana, soprattutto dopo il crollo delle sanzioni contro Teheran e i fastidi dello stesso regime degli Ayatollah dopo l’escalation del 2 Aprile nel Karabakh, in quanto regione confinante proprio con la Repubblica sciita. Inoltre, alle dichiarazioni del Ministro della Difesa armeno, David Tonoyan, riguardanti la precedente proposta israeliana all’Armenia di acquistare importanti forniture militari, poi rifiutate da Erevan, sono seguite quelle del leder del partito Meretz, Zehava Gal-On, all’opposizione alla Knesset, attraverso una lettera spedita al Ministro della Difesa israeliano, Moshe Ya’alon, per i possibili coinvolgimenti del Paese nella vicenda Nagorno-Karabakh.

In aggiunta, l’Azerbaijan rimane in totale sintonia con Ankara fin dall’inizio del conflitto nel 1991, ed in piena cooperazione regionale all’interno del Turk Council, composto da Kazakhistan, Turkmenistan, Kirghizistan, Uzbekistan e Turchia appunto, e dell’Assemblea Türkoy, composta dagli stessi Paesi con l’aggiunta di due ufficiali osservatori, la regione autonoma moldava di Găgăuzia e la de facto Repubblica di Cipro Nord. L’Armenia, invece, dall’altra parte, ha da sempre mantenuto positivi durante il periodo post-sovietico i rapporti con Mosca. Quest’ultima di conseguenza, volta a non perdere la propria influenza geopolitica nell’interno Caucaso, nell’ultimo decennio ridimensionata dalle tensioni con la Georgia per i casi di Abkhazia e Ossezia del Sud, è rimasta molto vicina a Erevan. Oggi la posizione anti-turca del Cremlino dopo l’abbattimento dell’aereo russo e la crisi Siriana, avvicina Mosca ancora di più all’Armenia, che, da parte sua, nonostante le sanzioni proprio contro la Russia dopo gli scenari di crisi in Ucraina e particolar modo quelli riguardanti la Crimea, ha avuto l’appoggio istituzionale della Comunità Europea durante l’escalation militare nel Karabakh in quanto membro della Partneship and Cooperation Agreement (1999) e Eastern Partneship (2009).

In conclusione, l’accordo del 5 Aprile appare momentaneamente rispettato da entrambi gli eserciti schierati, nonostante le vicendevoli accuse di violazioni nelle ultime ore del cessate il fuoco e la ripresa dell’intensa attività di monitoraggio dei confini Nord-Est di Martakert e quelli più settentrionale a Hadrut. Le autorità de facto della Repubblica del Nagorno-Karabakh e dell’Azerbaijan, coinvolte in un conflitto dal background novecentesco, fronteggiano una sfida non più sub-regionale, ma definitivamente internazionale, fronteggiando nuovi e vecchi competitors e possibili futuri partner. Ciononostante, un instabile scenario e un ennesimo stallo diplomatico-militare tra Erevan e Baku consegna al Nagorno-Karabakh una possibile nuova pagina di crisi interna.

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Infografica di Antonio Lamanna

La Road Map del conflitto

2 APRILE

Inizia l’escalation

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Attacco azero con uso di artiglieria pesante e la conquista di molte posizioni militari strategicamente importanti nel Nagorno-Karabakh. La regione maggiormente attaccata dagli azeri è quella del Karabakh, precisamente nella zona dell’Arstakh all’interno della quale viene occupata da città di Mardekert con l’uso di MM-21 Grad – Multiple Launcher Rocket System (MLRS).
Vengono evacuate le zone rurali in Azerbaijan nei distretti di Tartar e Barda, a causa del contrattacco armeno che si conclude momentaneamente con l’abbattimento di un elicottero dell’esercito azero.
Il Ministero della Difesa della Repubblica di Armenia annuncia l’inizio del conflitto a causa dell’ingresso di cinque cingolati armeni nella “boiling spot” (zona calda) del Nagorno-Karabakh sanciti con gli accordi del 1994. La controffensiva armena si conclude con l’abbattimento ( non si usa il termine abbattimento per le cose che non volano ) la distruzione dei 5 cingolati e la ritirata delle forze armate azere nella regione del Jabrayil.
Arriva la notizia dell’uccisione del dodicenne armeno a causa dell’attacco e avanzamento azero in direzione Martuni. L’operazione azera infligge all’esercito armeno il ferimento di 35 uomini e 18 morti.
Baku proclama il “cessate il fuoco”, nonostante si continui a combattere sulla linea del fronte. La Repubblica del NK definisce “falso” il proclama e smentisce (ore 6.00 p.m.) attraverso le dichiarazioni del portavoce del Ministero della Difesa armeno, Artsrum Hovhannisyan, la liberazione da parte dell’esercito azero di territori del NK.
Importante controffensiva armena nella zona Nord-Est della linea di contatto tra i due eserciti. L’attività iniziata dalle ore 8.30 a.m. conduce l’esercito armeno all’accerchiamento di quello azero, con la perdita di 200 soldati azeri, 2 cingolati e 2 elicotteri azeri.     La controffensiva conduce la morte di 18 armeni e 35 feriti.

3 APRILE

“Falso” proclama di cessate il fuoco da Baku e proseguimento delle azioni militari

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L’Armenia afferma di essere pronta alla conclusione del conflitto, alla condizione che le posizioni occupate da entrambi gli eserciti ritornino a quelle precedenti le ore 2.00 a.m. della notte del 2 Aprile.
L’Esercito dell’Arstakh conferma l’uccisione di 12 militari azeri a Saysulan grazie ad un proprio filmato girato durante una ricognizione aerea di un proprio drone.  Negli scontri pomeridiani viene riportato dal Ministero della Difesa armeno l’operazione del Capitano Urfarrian che in netta difficoltà a causa degli attacchi azeri invia indietro la sua unità e combatte da solo riuscendo a uccidere 10 azeri.
Inizia l’arrivo dei volontari e veterani della Guerra del 1991-94 a Stepanakert, capitale dell’autoproclamata Repubblica del NK, in partenza per l’Arstakh.

4 APRILE

Ultimi scontri lungo la linea di contatto

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Resoconto del conflitto dalla notte del 2 a quella del 4 Aprile lungo la linea di contatto. Azerbaijan ha perso nella controffensiva armena:

  • 15 cingolati – 3 distrutti nella parte più a Nord della regione2 in quella più a Sud
  • 5 veicoli militari
  • 2 droni – 1 abbattuto dall’esercito dei Liberi Combattenti dell’Arstakh
  •  1 elicottero in direzione Jabrayil che stava ritirandosi dalla zona calda
  •  1 MLRS

5 APRILE

Ultimi scontri e proclama ufficiale del cessate il fuoco da Mosca

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Utilizzo di granate 60-88 mm da parte dell’esercito azero nei villaggi di Berdavan e Koti, lungo il confine Nord-Est del NK in direzione della provincia di Tavush. Lungo la linea Sud-Est, invece, uso azero del Smarch Multiple Rocket Lancher. L’esercito azero occupa il villaggio di Talish nella regione del Martakert nell’Artsakh. Molto vicino alla stessa regione del Martakert, l’esercito azero bombarda Martuni.  Sulla linea di contatto tra i due eserciti, gli armeni riescono a distruggere un UAV azero.
A Mosca, Stepanarkert e Baku ufficializzano la conclusione del conflitto e il ripristino dei confini prima del 2 Aprile.
2016-10-21T22:59:30+00:00 aprile 18th, 2016|News|